18/11/2017, 17:19



THE-PLACE


 



Recensione di Gabriella Sanzone
 
Ci sono film che passano alla storia (e che è sempre un piacere rivedere) e poi ci sono film che finiscono sicuramente nel dimenticatoio.
Rientra in pieno nel secondo tipo l’ultimo film di Paolo Genovese che, reduce dal successo del cult-movie della passata stagione, PERFETTI SCONOSCIUTI,  si cimenta in un film ispirato alla serie
"The booth at the end" di Kubasik.

Volendo fare un confronto tra il film dello scorso anno che ha reso famoso il regista romano con quello  in questi giorni sugli schermi italiani , THE PLACE, sicuramente i temi "Amicizia -Amore -Tradimento" restano la base primaria di questo mix di ingredienti usato dal regista  ma se nel primo film gli attori avevano un’anima, un cuore, delle emozioni e facevano vivere allo spettatore la vera e propria dimensione del cinema raccontato dai protagonisti attorno ad una cena consumata tra "amici"( amici e guardati!)
... in questo film i nove soggetti  che si avvicendano nel dialogare con l’uomo seduto al bar, con una penna in mano e un un libro su cui scrivere sicuramente sono dei personaggi con dialoghi stereotipati e monotoni,  sempre con la stessa cadenza, sempre con la stessa inclinazione ma soprattutto non mostrano quel carattere che fa la differenza e che fa di un film, un buon film.

A questi personaggi manca lo spessore, la determinazione, il carisma, sono solamente delle anime vuote, dei personaggi privi di qualsiasi caratterizzazione che si avvicendano per poche manciate  di minuti a parlare con quell’uomo seduto al bar che consuma un caffè dopo l’altro ascoltando chi si e’ rivolto a lui per ricevere ricchezza, bellezza, salute, speranza diventando così un Deus Ex macchina (risolutore delle tragedie greche) capace di realizzare i sogni e i desideri dei personaggi che di volta  in volta si siedono di fronte a lui.

Pur accettando lo sforzo da parte del regista dell’ interfacciarsi di ognuno di noi con la parte oscura di noi stessi, con il male o anche con il lato negativo  occulto che c’e’ in ognuno di noi,  per me questo film resta un  tentativo di fare un buon film quindi un film incompiuto e sicuramente molto deludente.

Mi sono piaciuti molto  Marco Giallini  e Vittoria  Puccini.

Voto:6 +
15/11/2017, 09:54



Borg-McEnroe


 



Recensione di Gabriella Sanzone.

Se siete appassionati di tennis questo film sicuramente vi piacerà ma se conoscete nulla o poco  del mondo del tennis questo film di piacerà ancora di più.

La pellicola del regista svedese Janus Metz, trionfante  al recente Festival del Cinema di Roma, è un vero e proprio viaggio introspettivo, psicologico su due uomini, su due campioni, su due personalità estremamente diverse.

La cosa che piace più del film e’ sicuramente il continuo confronto tra Bjorn Borg, pura perfezione ed emozioni zero, capelli scompigliati e occhi verdi sgranati, metodico e scaramantico fino all’inverosimile, fascia attorno alla testa con un passato molto turbolento sospeso a scuola per comportamento antisportivo, e dall’altro lato  l’americano  John McEnroe definito il pazzoide  che gridava al giudice di gara, che passò  alla storia più per il suo brutto carattere che per il suo gioco,  che tenta di strappare il primato al biondo svedese
(4 volte di seguito campione ) nel big match del 1980 a Wimbledon.

Il film si snoda tra Rolex , pellicce e Porsche, fama ed autografi, e i due protagonisti i tennisti  visti come delle rockstar, con le loro rispettive storie personali e il loro percorso che porta all’ incontro/ scontro finale, sotto l’indiscussa pressione degli sponsor che fa di Borg   "una pentola a pressione ", freddo iceberg  privo di emozioni  all’esterno, vulcano  dentro di sé.

Il biglietto del cinema vale da se’ solo ed esclusivamente per questo viaggio  introspettivo e psicologico ben definito e ben delineato dal regista (che ovviamente propende per il campione svedese), per i dialoghi fluidi e scorrevoli, per il montaggio delle scene, per la regia e soprattutto da notare la bravura e la reale somiglianza degli attori che interpretano il biondo svedese e  il campione riccioluto americano, Sverrir Gudnason  e Shia LaBeouf, due gladiatori in campo.

ASSOLUTAMENTE DA VEDERE. VOTO:9
14/11/2017, 11:59



“Jigsaw---Saw:-Legacy”-(2017),-di-Michael-Spierig-e-Peter-Spierig.


 



Anche la produzione “Jigsaw” (2017) della serie Saw (un 3D e sette capitoli), dopo quella del 2004 e quella del 2010 in 3D, è uscita nelle sale cinematografiche in occasione della ricorrenza di Halloween. Nella versione firmata dai gemelli australiani Spierig assistiamo alla riesumazione (vera o presunta?) di Joha Kramer (Tobin Bell) per dare consistenza e continuità alla saga Horror-Thriller tra le più seguite e più viste della storia cinematografica horror. Il rituale è sempre lo stesso, ripetitivo, per certi versi confortante: «il gioco è semplice, come tutti i giochi più divertenti. Volete pietà? Rispettate le regole! … La verità vi renderà liberi!». L’horror narrato dagli sceneggiatori, e messo in atto dal “Kramer” di turno, si avvale delle nuove tecnologie robotiche ma anche di attrezzi da lavoro artigianale tradizionali che hanno sempre un’inquietante efficacia: coltelli, seghe elettriche, secchi di alluminio utilizzati come “maschere di ferro” medioevali, lame da falegnami super affilate, rastrelli, mazze, martelli, ed altro ancora. La voce artefatta di Kramer, che dà istruzioni attraverso piccoli registratori di fine ‘900 recuperati dai protagonisti in una sorta di caccia al tesoro, ci riportano indietro nel tempo, così come le stanze e i macchinari meccanici artigianali delle sequenze omicide horror ci proiettano nel futuro che ha da venire. Non manca la marionetta meccanica ventriloqua, questa volta su un triciclo da adulti o sui monitor a circuito chiuso del set dei giochi del terrore. Così come sono spettacolari gli effetti speciali degli scannamenti, delle amputazioni e del macellamento di corpi senza via di scampo. Insomma, un intruglio perfetto per attirare lo spettatore che come la Dr. Eleanor (Hannah Emily Anderson) gode e prova piacere nel sangue e nel dolore (finzionale?) altrui!

Dieci anni dopo la presunta morte di Joha Kramer (Tobin Bell), omicida seriale senza scrupoli di criminali a suo insindacabile giudizio, la nuova produzione Canadese-USA, ripropone l’ultimo episodio, in ordine di tempo, della serie “Saw”, con un altro gioco mortale che vedrà protagonisti altri “colpevoli” di essersi macchiati di orrendi crimini. Il detective Halloran (Callum Keith Rennie) e l’espertissimo chirurgo da autopsia criminale Nelson (Matt Passmore), cercano di scoprire cosa si nasconde dietro quelle atroci morti e chi sia il vero colpevole. In un fienile alla periferia della città si scoprirà chi ha progettato e organizzato scientificamente il gioco mortale, e chi sono le vere vittime sacrificali.

Recensione di Andrea Giostra.


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