21/04/2017, 18:48



Café-Society


 



La vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo. Basterebbe questa frase cult dell’ultima fatica del maestro per descrivere l’essenza e l’anima di Café Society, oltre che dell’intera opera Alleniana.
Quest’ultima pellicola del prolifico Woody concilia alla perfezione tradizione e innovazione dal punto di vista registico e stilistico.
Il primo aspetto si riconosce in tutta la sua evidenza nell’utilizzo delle tematiche care ad Allen, nel corso di tutta la sua illuminata e lunga carriera, quali il conflittuale rapporto con l’altro sesso, il rapporto turbolento con Dio e con la fede nei suoi vari aspetti, l’amore viscerale per la sua città New York che ha ispirato le opere più incisive ed iconiche della sua cinematografia.
Dal punto di vista dell’innovazione basti pensare alla collaborazione, prima volta in assoluto, con il tre volte premio oscar alla miglior fotografia Vittorio Storaro il quale è stato in grado di convincere Allen ad abbandonare la pellicola per mettersi in gioco per la prima volta con le riprese digitali in 4K.
Il risultato è di un film che, senza perdere quel gusto retrò che la pellicola è in grado di dare, proprio sotto l’aspetto delle combinazioni cromatiche trova uno dei suoi maggiori punti di forza.
Infatti, nelle sequenze ambientate a Los Angeles, vi è una predominanza di colori estremamente saturi che rispecchiano il benessere e l’opulenza dell’epoca d’oro del cinema hollywoodiano ma, al tempo stesso, lasciano quel retrogusto di artificiosità ed ipocrisia che si respira nella La Mecca del cinema.
Di contro, non appena la vicenda si sposta a New York, i colori diventato più spenti e velati, pregni di quel sapore malinconico e dolce che si può provare solo per qualcosa che si ama profondamente come ciò che Allen prova per la propria città, la principale musa ispiratrice della sua carriera.
Il resto lo fanno i due bravi interpreti, una Kristen Stewart sempre più a proprio agio con il cinema d’autore ed un sempre credibile Jesse Eisenberg che, per l’occasione, diventa quasi una sorta di alter ego del personaggio ebreo e goffo che ha fatto del grande regista quello che ad oggi è.

Antonio Flavio Raimondi


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