04/09/2017, 15:03



Dunkirk-di-Christopher-Nolan


 



"Dunkerque, fine maggio-inizio giugno 1940.
400.000 soldati britannici sono bloccati nella spiaggia d’oltremanica col nemico alle porte. Disfatta annunciata.
E, forse, sotto sotto, lo è anche il film di Nolan, che quivi giunge alla Storia mediante una doppia lettura: quella del genere, altro tassello nel reticolato di generi tessuto dall’autore inglese; quella legata alla Storia, più ampio e grande momento di riflessione politica e sociale, già componenti della Trilogia.
Anche qui, difatti, gli elementi del suo cinema, ci sono tutti: la spiaggia, ove Cobb cercava disperatamente la via di casa (!!), limbo strutturale di "Inception"; l’acqua, tragico locus a consumo di un dramma ("Interstellar" ma, soprattutto, "The Prestige"); l’aria, quella che Wayne anela durante la prigionia per mano di Baine, un Tom Hardy in mascherina, qui replica del suo ruolo in "The Dark Night Rises" (e che restituisce respiro e minutaggio dialogico agli astronauti di "Interstellar").
Nolan si chiama e si risponde, parte da "Inception" (i primi 6 minuti del film sono, splendidamente, alternanza di campi e di mezzo tecnico), costruisce il film sull’incastro dei piani temporali ("Memento") e, con maestria, punta i riflettori sui momenti topici (perché topoi) del suo cinema ("The Dark Knight" e la sequenza della nave; l’ammaraggio di "Interstellar" e la cabina d’acqua in "The Prestige").
Ancora, richiamando la Trilogia, i tre spazi narrativi, che della narrazione non sono momenti, ma costruiscono momenti, diventano anche ingranaggio sociale: in terra i soldati, in mare i borghesi, in aria i vecchi aristocratici sempre benestanti. Ma la guerra appiattisce le differenze, come gli uomini (intelligente la mancanza di spessore nei personaggi), e persino il nemico c’è, ma non si vede: non una soluzione nuovissima, ma poco importa, giacché mirata al richiamo di dello sforzo della percezione in favore di un’architettura plot-twistica ("Batman Begins"). Di richiami ce ne sono anche altri, per cui la ovvia conclusione è che Nolan stia indirizzando le operazioni di "salvataggio" verso una più ampia e orchestrale riflessione sul suo cinema, su una poetica ritenuta controversa a fronte del progressivo successo commerciale.
Invece no. L’impressione che il film non sappia dove andare a parare aleggia, ma l’impronta kubrickiana di "Paths of glory" è sempre lì, pronta a mostrare una guerra nervosa, d’attesa, di meticoloso e progressivo spavento. Giunti infatti al Turning Point, Nolan comincia a costruire senza sosta: il molo improvvisato per la marea, gli accerchiamenti in inquadratura (orologio, mirino dell’aereo, specchietti, fori da proiettile nella nave); la struttura circolare, come in Inception, si sfalda di fronte all’intersecazione del piano-tempo, ulteriore sovra-struttura di senso della narrazione a-logistica.
Fino al finale. Quegli ultimi, maledetti 20 minuti di propaganda (pur comprensibile) che trasformano uno dei potenziali migliori film del genere (e, a memoria recente, non solo) nel più becero Spielberg di "Bridge of spies", complice la colonna sonora di Zimmer che, da muratore che ben mette insieme i mattoni, diventa indoratore baroccheggiante (e boccheggiante) sul filo di rasoio di un "Save Private Ryan" qualunque.
Ha ragione chi dice che mai una cosa del genere si sia vista.
Un film tanto potente, maestoso e maestro, chiaramente circuito nella sua propria auto-referenzialità, che si auto-detona così, non s’è mai visto. Un sabotaggio senza precedenti per paura di non piacere al grande pubblico. Senza coraggio, quello dei primi film.
Quindi bocciato, senza il beneficio della rimandatura, perché già rimandato lo era stato con Interstellar.
E c’è un problema se fai un film come Interstellar, e riesci a farne, subito dopo, uno anche più brutto di Interstellar. Perché potenzialmente strepitoso. Solo per compiacere il pubblico."
ENRICO B. LO COCO


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