12/10/2017, 13:32



L’inganno-di-Sofia-Coppola


 



Per il proprio ritorno dietro la macchina da presa in un lungometraggio cinematografico, a quattro anni dal suo precedente “Bling Ring” del 2013, la regista e sceneggiatrice Sofia Coppola ha deciso di cimentarsi con il remake del film cult del 1971 “La notte brava del soldato Jonathan” di Don Siegel.
Il soggetto, che è alla base dei suindicati film, è costituito dal romanzo del 1966 di Thomas P. Cullinan “The Beguiled” tuttavia, pur basandosi sulla medesima fonte di ispirazione, il film della Coppola effettua un ribaltamento prospettico rispetto al precursore di Siegel.
Infatti, come da sempre è nelle corde della regista, il punto di vista predominante diventa quello femminile e l’unico uomo presente, interpretato da Colin Farrell che rileva i panni che furono del grande Clint Eastwood, fa da semplice corollario all’interno della narrazione filmica.
Ancora una volta Sofia Coppola, dopo l’esordio de “Il giardino delle vergini suicide” ed il sopra citato “Bling Ring”, torna a dirigere un cast corale al femminile in cui spiccano tre differenti generazioni di donne ed attrici composte, rispettivamente, da Nicole Kidman, dall’attrice feticcio della regista Kirsten Dunst e dalla stella in costante ascesa di Elle Fanning.
La sinossi del film narra di un soldato nordista ferito ad una gamba, interpretato da Farrell, nel bel mezzo della guerra di secessione americana, che viene accolto durante la propria convalescenza all’interno di un collegio composto da sole donne e diretto dall’austera direttrice interpretata dalla Kidman.
Dentro questo microcosmo, avulso dalla guerra che infuria all’esterno, lo spettatore si trova ad assistere ad un ribaltamento di ruoli in cui, in un primo momento, è il soldato a sedurre e giocare psicologicamente con ciascuna delle donne dell’istituto al fine di accattivarsi i loro favori e protrarre, in tal modo, la propria permanenza nel collegio e, in un secondo momento, sono queste ultime a divenire artefici della vendetta nei confronti del caporale trasformandosi, in tal modo, da vittime apparentemente indifese a fredde carnefici del malcapitato nordista.
La Coppola ha il merito di curare, soprattutto in fase di scrittura, la progressiva evoluzione psicologica delle donne presenti nel collegio femminile facendone percepire le differenti sfaccettature e sfumature di carattere e personalità.
L’elemento di disturbo maschile, insinuatosi all’interno della quiete dell’istituto, creerà scompiglio movimentando ed agitando le dinamiche relazionali tra le protagoniste della vicenda.
Il film, curato nei costumi e nella sua pur semplice ma efficace scenografia, è principalmente costituito da inquadrature a camera fissa e da un montaggio statico che ne fanno un’opera di impostazione marcatamente teatrale.
Una nota particolare deve essere fatta alla fotografia di Philippe Le Sourd, distintosi nel 2013 con “The Grandmaster” valsogli una nomination agli Oscar nell’apposita categoria, che con i suoi colori soffusi aggiunge eleganza alla messa in scena complessiva dell’opera.
Grazie a questo film la Coppola è riuscita nell’impresa di aggiudicarsi il premio per la miglior regia all’ultima edizione del festival di Cannes considerando che, in precedenza, solo una donna aveva ottenuto questo prestigioso riconoscimento a Cannes, ovvero la regista Julija Solnceva nel 1961 per “Storia degli anni di fuoco”.
Antonio Flavio Raimondi


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