14/10/2017, 16:34



Blade-runner-2049


 



“Blade runner 2049” è un film senz’anima, contesto, direzione. Pur indirizzandosi verso quel modello seriale cui l’apatica hollywood odierna sembra non poter rinunciare, il film di Villeneuve manca laddove altrettanto manchevole risultava “Arrival”.
Il respiro biblico, che è più ampiamente discorso sull’atto di creazione viene solo accennato, lasciato a morire tra le sabbie di una Las Vegas solo funzionalmente (ma non significativamente) iconica, dentro il cui casinò-tempio è situato il simulacro Deckard (Ford), in un confronto con K (Gosling) che di ogni qualunque speculazione e riflessione non ha il taglio, ma solo il sottofondo, anch’esso privo di vita (forse, stavolta con qualche ragione, ma non ragion d’essere) come gli ologrammi delle icone di un tempo.
Ologrammi che, nella complicata ma non complessa interpretazione vielleneuviana dell’ “universo Blade Runner”, nella figura specifica di Joi (De Armas) assumono la forma dell’illusione, di jonziano richiamo, in un’ulteriore disamina del problema dell’essere-reale, ove il replicante è stavolta, senza dubbio alcuno, il protagonista dell’anonimo (e mal sceneggiato) racconto privo di quella messa in discussione iconica del genere, riflessione esistenziale sul cinema tutto, che godeva della complicità di Vangelis , capace di disegnare note poetiche e che invece, questa volta, viene scimmiottato dall’orripilante Zimmer, che prende il timone musicale dopo il licenziamento di Johansson e, in combutta con Wallfisch, firma uno dei suoi lavori peggiori.
Persino laddove semplice sarebbe stato riflettere (come un’illusione ologrammatica) sul discorso d’icone, il film vira miseramente su situazioni prive di mordente, forti solo del comparto estetico per cui il canadese si avvale di Deakins; ma non basta. Non può bastare, in pieno post-moderno, il crogiolarsi unicamente esclusivo di un reparto tecnico d’eccellenza.

Come Joi, il film è illusione di sé, ologramma ammiccante al pubblico che ne richiama le prestazioni a suo piacimento; si avvale oltretutto, il film, di riferiementi televisivi (Westowrld, già predatore del film di Scott, nonché il sempre presente Black Mirror, con un accostamento evitabile) che dovrebbero contestualizzarlo, e invece lo invecchiano precocemente, come Simon trentacinque anni fa. Che sia struttura? Difficile. Coscienza del mezzo? Forse. Una via precisa ma ancora troppo ombra alla luce dei neon? Più probabile. Posto che, comunque, a Villeneuve vada dato merito di aver cercato una sua propria strada, non senza il confronto dovuto all’opera che lo ha preceduto, ma senza troppo puntare su quell’operazione nostalgia cui già certo cinema industriale aveva ceduto in tempi non sospetti. Purtroppo, nel complesso,  il film è dimenticabile quanto esso stesso non abbia memoria del pur efficace composto strutturale di reminiscenza, destinato a perdersi nel più becero dei funzionalismi finzionali di scrittura.

“Blade Runner 2049” esiste solo in potenza. Il ché non è difetto come in altri suoi “coetanei”, ma certamente è ben lungi da quanto il fu predecessore, Settima Arte senza riserve.
Altro che magia, sicuramente.

ENRICO B. LO COCO


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