07/11/2017, 11:40



IT


 



La trasposizione di un libro in opera cinematografica non è mai operazione semplice e le difficoltà aumentano esponenzialmente quando il libro di riferimento è considerato, in modo unanime, un vero e proprio cult.
La predetta considerazione è ancor più valida per quanto riguarda i romanzi di Stephen King, autore estremamente prolifico ed apprezzato tra gli amanti del genere horror ma non solo, trasposti sul grande e piccolo schermo un’infinità di volte, anche da registi di grande spessore, ma troppo spesso con esiti estremamente mediocri che non hanno reso giustizia alla potenza e complessità delle pagine scritte da questo autore dalla fervida immaginazione.
Nel caso concreto la missione era particolarmente complicata in quanto l’opera di culto di cui trattasi è “IT”, romanzo pubblicato da King nel 1986.
Questo libro, di oltre 1000 pagine, può essere considerato il capolavoro del “re del brivido” ed è divenuto un autentico pezzo di storia del genere letterario horror.
La difficoltà nel cimentarsi con una versione cinematografica di IT risiede nel rendere giustizia alla forte componente psicologica connotante i protagonisti della vicenda che vengono ritratti a cavallo tra due epoche, ovvero l’adolescenza e l’età adulta, nonché nel restituire in modo credibile e non edulcorato la forte portata simbolica e metaforica della storia narrata.
Nel 1990 vi era già stata una miniserie televisiva divisa in due puntate e diretta dal regista Tommy Lee Wallace che, con gli anni, è stata considerata anch’essa un cult sebbene, a livello tecnico-artistico, fosse di media levatura.
La fortuna di quella trasposizione televisiva risiede, quasi esclusivamente, nell’interpretazione divenuta iconica offerta da un gigantesco Tim Curry che, con grande credibilità, prestava gestualità, espressività e sembianze al malvagio clown Pennywise.
In questa trasposizione cinematografica il livello raggiunto è senz’altro superiore sotto ogni aspetto: interpretativo, di scrittura, di regia e di make-up.
Il contesto cronologico concernente la fase adolescenziale dei protagonisti viene spostato dagli anni 1957-1958 del libro a quelli 1988-1989 del film, con conseguenti rimandi e citazioni marcatamente pop, cinematografiche e non solo, dell’epoca.
In questa vivida ricostruzione della provincia americana degli anni ’80 si inserisce un cast affiatato di ragazzini tra cui spiccano, a livello di fama, il Finn Wolfhard di Stranger Things (altro omaggio agli anni ‘80) ed il Jaeden Lieberher di St. Vincent (2014) e Midnight Special (2016) nonché, a livello recitativo, Sophia Lillis che interpreta l’unica componente femminile del gruppo dei protagonisti denominato “club dei perdenti”.
La più bella sorpresa, tuttavia, rimane l’interpretazione che il figlio e fratello d’arte Bill Skarsgard dà al clown Pennywise grazie, anche, ad un eccellente utilizzo di trucco e costumi.
Per calarsi in questo ruolo fortemente disturbante l’attore svedese ha fatto un grande lavoro di immedesimazione psico-fisica ed ha apportato molto del suo reinventando Pennywise e regalandoci una nuova trasposizione suggestiva e destinata a rimanere nell’immaginario degli spettatori.
Al contrario del suo predecessore televisivo il film è nettamente diviso in una struttura bifasica dove, nella prima parte, vengono descritte le vicende e disavventure del club dei perdenti nella città di Derry negli anni ’80 e, nella seconda parte, ancora da girare, si focalizzerà su quelle dei ragazzi oramai divenuti adulti chiamati a tornare nella loro cittadina di provenienza ed affrontare, per la seconda e definitiva volta, la creatura demoniaca.
Originariamente la regia era stata affidata a Cary Fukunaga (regista della prima stagione di True Detective) salvo, in un secondo momento, essergli subentrato l’argentino Andrés Muschietti (“La madre” del 2013) con Fukunaga rimasto nelle vesti di co-sceneggiatore.
Il film, così come il soggetto dal quale è tratto, è molto più di un semplice horror essendo una storia di formazione e di passaggio all’età adulta con forti e profonde componenti di natura psicologica.
Ed è proprio il messaggio universale dell’affrontare le proprie paure e non scappare da queste, qualsiasi forma o sembianza esse possano assumere, che fanno di IT una storia trasversale ed universale che può essere apprezzata a tutte le latitudini ed in ogni epoca restare sempre attuale.
In definitiva Muschietti ha realizzato un buon prodotto curato nei dettagli e non superficiale che, tuttavia, dovrà essere complessivamente valutato alla luce della seconda parte come fosse un tutt’uno.
Antonio Flavio Raimondi


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