03/12/2017, 19:31



Borg-McEnroe-di-Janus-Metz-Pedersen


 



Cinematograficamente parlando uno dei compiti maggiormente difficili è quello di rendere una partita di tennis in maniera convincente, fluida e con il giusto ritmo imposto dal veloce fraseggio dei giocatori.
Tale operazione è complicata sia a livello prettamente registico, che di montaggio visivo e sonoro, poiché richiede che sia mantenuto un ritmo serrato che ricalchi quello degli scambi tra i tennisti ma, al tempo stesso, non appesantisca lo sguardo dello spettatore e riesca a restituire la complessità delle emozioni provate dai giocatori che si fronteggiano.
Il rischio corso dal regista danese Janus Metz Pedersen (suo l’apprezzato documentario di guerra del 2010 “Armadillo”) è stato ancora maggiore in quanto ha deciso di affrontare uno dei più importanti match che la storia di questo sport abbia mai visto, ovvero la finale di Wimbledon del 1980 disputata tra l’icona nazionale svedese Bjorn Borg interpretata dal connazionale Sverrir Gudnason (incredibilmente somigliante al vero Borg) ed il giovane ed arrogante americano John McEnroe, cui presta il volto il divo americano Shia LaBeouf.
L’operazione, si può dire fin da subito, è perfettamente riuscita in quanto il regista, con l’ausilio del cast tecnico e artistico, è stato in grado di restituire in maniera vivida ed emozionante l’immagine dei due colossi del tennis sia nella sfera pubblica, descritti quasi come delle rockstar dai media che ne volevano enfatizzare le differenze caratteriali per aumentare esponenzialmente l’appeal mediatico della finale, che nella loro sfera intima e privata.
Il percorso affrontato nell’opera richiama alla mente il bellissimo film di Ron Howard Rush (2013) dove, prendendo come icone i due piloti di Formula 1, diametralmente opposti nel carattere, Niki Lauda (Daniel Bruhl) e James Hunt (Chris Hemsworth), veniva utilizzato lo sport per estendere il discorso alla vita dei rispettivi protagonisti.
Allo stesso modo Janus Metz Pedersen utilizza queste due icone del tennis totalmente diverse che, tuttavia, nascondono all’occhio esterno, ciascuna a proprio modo, le rispettive paure, fragilità e traumi.
Sebbene il protagonista della storia sia Bjorn Borg allo spettatore verrà naturale riflettere sulla sua figura estendendo il discorso a McEnroe che costituisce l’altra faccia della stessa medaglia.
Da un lato si seguiranno le vicende relative allo svedese, 4 volte campione di Wimbledon consecutivamente, interpretato da Gudnason che viene descritto e visto dai media e dagli appassionati come una sorta di macchina algida, distaccata, che non prova emozioni.
Dall’altro viene ottimamente caratterizzata la figura dell’antagonista americano interpretato da Shia LaBeouf, probabilmente alla migliore interpretazione della sua controversa carriera, che mantiene uno stile ed un profilo arrogante, volgare, sopra le righe e polemico, ovvero del tutto contrario a quello di Borg.
I due campioni del tennis, successivamente diventati amici nella vita reale, divengono anche lo specchio del modo in cui, nell’immaginario comune, vengono viste in modo molto differenti tra loro le due rispettive nazioni svedese ed americana.
In verità questa apparentemente incolmabile diversità di atteggiamento e di carattere nell’affrontare lo sport, nonché la vita stessa, nasconde due personalità ben più complesse di quello che l’opinione pubblica si limita a descrivere e, perciò, a conoscere.
Il carattere dei due tennisti è, infatti, sintesi dei traumi del proprio personale vissuto nella sfera intima.
John McEnroe, da un lato, è sempre stato spinto a dover dare il massimo ed a raggiungere la vetta ad ogni costo e tutta la sua rabbia ed ira si palesa nell’affrontare l’avversario sul campo da gioco dove l’unico risultato accettabile è la vittoria.
Bjorn Borg, invece, ha imparato ad incanalare la propria indole ribelle ed a somatizzare tutto quanto risultando apparentemente implacabile in campo ma, di contro, sentendosi soffocato e schiacciato dalle aspettative intorno a lui e dalla maledizione di dover essere il numero 1.
In entrambi i casi ciò che emerge è la solitudine del campione dove il personaggio tende ad annullare la persona.
In fase di scrittura Ronnie Sandahl è stato abile nel delineare due personalità così diverse restituendone, in pieno, la rispettiva complessità caratteriale.
La regia è curata ed estremamente funzionale alla storia e viene coadiuvata, come già detto, da un ottimo lavoro di montaggio visivo e sonoro che permette una piena immedesimazione dando l’impressione, allo spettatore, di trovarsi sugli spalti insieme al pubblico ad assistere alla finale.
Grande ed importante anche il lavoro di trucco e acconciature fatto, soprattutto, su Bjorn Borg che, come detto, risulta essere esteticamente molto simile al campione svedese.
Dal canto suo Shia LaBeouf si cala totalmente nei panni del complicato personaggio da interpretare anche grazie ad una focosità caratteriale che li accomuna facilitandone l’immedesimazione.
In conclusione si ha a che fare con un prodotto cinematografico, premiato dal pubblico all’ultima Festa del Cinema di Roma, ben fatto e curato sotto ogni aspetto che, oltre a far rivivere le emozioni di quello storico incontro, permetterà, soprattutto al giovane pubblico, di conoscere meglio questi due grandi sportivi.
Antonio Flavio Raimondi


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