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Un sia pur limitatissimo elenco di grandi films italiani tratti da altrettante opere letterarie scritte da autori del nostro Paese potrà forse stimolare in chi ci legge il desiderio di rivisitare an.. >>

Nina Pens Rode
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In onda sabato 13 dicembre 2008
alle ore 4.00 su Rai 3

Gertrud
Un film di Carl Theodor Dreyer.
Con Nina Pens Rode, Bendt Rothe, Ebbe Robe
Drammatico, b/n durata 116 min
Danimarca 1964.

In un misconosciuto film tedesco del 1924, Mikael, di Carl Theodor Dreyer, il protagonista grande pittore emulo di Moreau, abbandonato dal pupillo è amante, moriva serenamente dicendo: “Muoio felice, perché ho visto un grande amore”. In Gertrud – che la televisione ha meritoriamente mostrato al pubblico italiano ma che, con azione assai meno meritoria, ha fatto seguire dai commenti inconsulti di quattro sinistri signori – la vecchia Gertrud vuole sulla sua tomba una minima quanto impegnativa epigrafe: “Amor Omnia”. Di più: l’unica composizione poetica di questa donna mostruosamente decisa dice pressappoco: “Guardami dunque. – Son bella? – No. – Ma ho amato. – Guardami dunque. – Son giovane? – No. – Ma ho amato. – Guardami dunque. – Son viva? – No. – Ma ho amato”.
Tra la prima riflessione di un Dreyer trentacinquenne e quella del settantacinquenne che non può non soffermarsi sulla propria morte, l´accento è cambiato: dal messaggio indiretto, condiviso esteticamente, è passato al messaggio diretto di serenità tragicamente raggiunta, dalla lettera al testamento. Il testamento è un genere letterario solo per gli avari, i narcisisti inguaribili, e i politici borghesi. Per gli altri, è un´operazione così grave da meritare l´attenzione e il rispetto che la presenza della morte incute naturalmente. Quello di Dreyer fa parte di questi ultimi. In esso infatti è racchiuso il suo messaggio, il senso della sua comprensione della vita. E l´abuso cristiano della formula che Gertrud fa propria non deve prevenire o suggerire risposte ironiche.
Che di messaggio si tratti, non è dubitabile. Lo conferma una breve analisi della sua forma. Una recitazione estraniata che pone i personaggi in continua presenza del pubblico, cui si rivolgono direttamente dicendo la loro parte senza enfasi e con ritegno protestante, unico movimento gli spostamenti, secondo rigide indicazioni geometriche e precisi rapporti di volumi da una posizione seduta a una verticale, da un divano alle spalle dello stesso. Essenzialità di ambienti e di luci, freddi gli interni, pulviscolari e velati gli esterni e i flashback. Allusività lampante di alcuni oggetti di sfondo: la statua di Diana, l’arazzo con la donna inseguita dai levrieri, come presenza e agguato dell´amor profano e della sua condanna. Piani-sequenza, non però utilizzati a espressione di casualità, benché riducenti o escludenti la possibilità di dialogo tra i personaggi, di evoluzione dialettica del soggetto rispetto a un suo contesto. Semplificazione finalizzata della “story” (“la semplificazione deve trasformare l´idea in simbolo”, scriveva Dreyer molti anni fa). I personaggi non sono dunque che cinque (e dal numero è escluso l´Amico, mero strumento drammatico, - deus ex machina di salotto): Gertrud, il Futuro Ministro, il Poeta Laureato, il Giovane Artista, cui – forse forzando le indicazioni del regista – aggiungeremmo lo Studente che declama la tirata lawrenciana a una riunione di giubileo che ricorda un poco quella del Posto delle fragole. Nessun personaggio è “simpatico”, nessuno visto del tutto negativamente. Secondari i due ultimi, con le loro risposte confuse o parziali, e comunque aspirazioni, e non conclusioni o ripiegamenti, come sono invece per i rappresentanti della età matura, il cui e ame di coscienza non è procrastinabile. È ancora Dreyer che parla: “Col simbo-lismo siamo sulla strada della astrazione”. Siamo qui al cuore del film, che parte dalla struttura codificata del dramma borghese di fine.secolo, ma già con il consueto totale rifiuto di Dreyer del naturalismo e delle sue trappole, per approdare, nel dibattito tra tre personaggi, al significato della vita e delle passioni attraverso le quali la ricerca di questo significato si articola. L´epurazione successiva è quella di mostrare la fallacia e l´incompletezza di due di queste ricerche-passioni (Politica e Poesia) e ridurre finalmente l´esposizione (parlare di azione è a questo punto impossibile) a un soliloquio serrato, quasi gelido e impietoso, di un unico personaggio-idea, Gertrud. Gertrud, o la ricerca dell´assoluto, da lei identificato nell´amore. Ma, è chiaro, l’insoddisfatta ricerca dell´Amore assoluto è analoga per Dreyer alla ricerca frustrata di ogni altro assoluto. La differenza sta nel valore attribuito da Dreyer ai particolari oggetti (o pretesti?) delle passioni attraverso le quali questa ricerca senza termine si muove. Avremmo potuto vedere al posto centrale, a perno del discorso, il Poeta e la sua ricerca dell´assoluto nell´Arte, o ìl Ministro con la Politica, ecc. Ma Dreyer riconduce a Gertrud le fila del discorso, perché egli opera secondo una scala di valori definita: l’Amore è al primo posto, è la sola passione che Dreyer salva perché, benché destinato alla sconfitta, è in definitiva la passione più religiosa e globale.
Cadono, evidentemente, di fronte a questa impostazione, le pregiudiziali che è possibile opporre alla forma, così visibilmente e volutamente antiquata, `del film, alla sua difricile comunicabilità, alle possibilità di contrapporre sardonicamente – come è possibile fare – il tempo (durata) soggettivo avvertito dallo spettatore, al tempo reale dell´azione, molto meno lungo di quanto la monotonia e lentezza dello svolgimento fanno normalmente credere. Né sarà possibile guardare al film con un metro normale, esaltarlo come di solito si fa in questi casi con formulazioni di eccezionalità, per non affrontare la discussione sul suo fondo e fargli così il maggior torto possibile. È su questo fondo, su questo messaggio, che si deve prendere posizione, una volta individuati (senza grande sforzo) il suo contenuto e i modi in cui esso è espresso. Questo messaggio, a noi pare di non potere né dovere accoglierlo. Con tutta la comprensione e l´attenzione che il suo latore merita, esso ci sembra troppo generico e insieme troppo esigente. Da una parte: le nostre scelte ci preme di vederle in un contesto storico e sociale preciso. Dall´altra: non crediamo con Dreyer, nella realizzazione degli Assoluti, proprio perché non crediamo agli Assoluti, perché crediamo nell’azione per una modificazione delle condizioni che ci circondano, e assieme a questa in una azione per la modificazione delle componenti fondamentali dell´uomo per non parlare di quelle della società. È sul fondo, che obiettiamo a Dreyer la sua concezione cristiana e borghese dell´irrealizzabilità delle passioni più alte. Ci muoviamo in un´altra direzione. Dreyer è certo un grande artista. Ma, ancora una volta, che i morti seppelliscano i loro morti.
Da Quaderni piacentini, n 29, 1967

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