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Un sia pur limitatissimo elenco di grandi films italiani tratti da altrettante opere letterarie scritte da autori del nostro Paese potrà forse stimolare in chi ci legge il desiderio di rivisitare an.. >>

The Road to Guantanamo
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In onda sabato 21 febbraio 2009
alle ore 23.45 su Rai 3

The Road to Guantanamo
Titolo originale: The road to Guantanamo
Nazione: Gran Bretagna
Anno: 2006
Genere: Documentario/drammatico
Durata: 95'
Regia: Michael Winterbottom
Cast: Rizwan Ahmed, Farhad Harun, Steven Beckingham, Waqar Siddiqui, Arfan Usman, Nancy Crane, Christopher Fosh, Mark Holden
Produzione: Revolution Films
Distribuzione italiana: Fandango

Vincitore dell’Orso d’Argento per la miglior regia al 56° Festival di Berlino, il film di Michael Winterbottom denuncia gli abusi commessi dagli americani nell’ormai tristemente famosa base di Guantanamo a Cuba, durante l’occupazione in Afghanistan. Quattro ragazzi inglesi di origini musulmane, Ruhel, Asif, Shafiq e Monir, si recano in Pakistan, nell’ottobre del 2001, per assistere al matrimonio di uno di loro e decidono poi, di andare in Afghanistan. Arrestati come pericolosi terroristi di Al Qaeda, saranno trasportati nel carcere di Guantanamo e sottoposti a torture fisiche e psicologiche, per poi essere rilasciati, dopo due anni, senza avere mai avuto un vero capo d’imputazione a loro carico.
Winterbottom aveva già gettato lo sguardo sulle miserie del medioriente in “In This World” (Orso d’Oro a Berlino nel 2003), storia dell’abbrutimento di un popolo, quello che vive tra Pakistan e Afghanistan, visto con gli occhi di due ragazzini, che cercano salvezza in Inghilterra. Se in quel film, però, il regista concentrava il suo sguardo più sulla volontà di documentare una realtà umana e geografica, relegando un po’ nell’ombra la questione dell’indifferenza e delle responsabilità occidentali, in “The Road to Guantanamo” attacca esplicitamente un sistema di governo e affronta con decisione, sullo sfondo del problema umanitario della difesa dei diritti dell’uomo, le responsabilità politiche degli Stati Uniti durante l’invasione dell’Afghanistan. Il film è un vero e proprio atto d’accusa verso l’amministrazione Bush e il corpo militare dei Marines. Le terribili quanto inutili violenze di Guantanamo, rivelano la totale ottusità, nella lotta al terrorismo, delle forze politiche e militari americane, del tutto incompetenti sulla natura del tessuto etnico afghano e sulla reale situazione politica del paese. Nell’atto immorale di voler stanare ad ogni costo, quell’integralismo che ”doveva” essere il salvagente ideologico di una guerra fatta, principalmente, per garantire interessi di natura economica, Winterbotton denuncia la gravissima compromissione del governo USA nel mancato rispetto della Convenzione di Ginevra sui diritti umani. Un po’ meno documentario di “Cose di questo mondo”, inframmezzato da interviste dei veri protagonisti della vicenda e da flashback nostalgici sulla vita dei ragazzi in Inghilterra, “The Road to Guantanamo” mescola intento documentario e fiction; soprattutto dal punto di vista visivo, è preferita l’immagine nitida, a discapito di un realismo che, forse, avrebbe maggiormente giovato all’intento di denuncia del film. Inoltre,  viene rappresentato un unico punto di vista, quello relativo alla colpevolezza del governo americano, e tralasciate, completamente, le forti responsabilità dell’integralismo islamico e del regime dei Talebani sui fatti che portarono all’occupazione americana dell’Afghanistan.
In una sorta d’ideale trilogia, il regista inglese affronterà i medoti criminali del fondamentalismo islamico nel film successivo, “A Mighty Heart” (2007), storia del giornalista americano Daniel Pearl, rapito e ucciso dagli integralisti, e della sua coraggiosa moglie, autrice di un libro che ne racconta, e tramanda, la dolorosa vicenda.
Guardando questo film, ci si domanda incessantemente come il mondo abbia potuto permettere, di nuovo, che si perpetrassero crimini contro esseri umani e come un paese civile abbia potuto arrogarsi il diritto di opprimere ancora una volta, senza che le sue fondamenta (di democrazia?) ne fossero travolte. All’indomani della firma del decreto per la chiusura di Guantanamo entro un anno da parte del nuovo presidente degli Stati Uniti Barak Obama, non ci illudiamo, di certo, che il bene possa trionfare sul male, ma vogliamo sperare che, a volte, arrivino a governare persone che tengono ben presente la lezione della Storia.
 Amanda Romano

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